‘‘La battaglia, combattuta con competenza, entusiasmo, rabbia, determinazione e poi persa, lascia solo morti e feriti sparsi sul campo;
feriti nel corpo e nell’anima, sopravvissuti apparenti, in grado di respirare, di galleggiare ma non più in grado di nuotare. La morte semina morte. La morte contagia, giudica, distrugge, non crea, annienta come quei barbari che dopo la battaglia non lasciavano più vivere neanche un filo d’erba.
Alla morte però non bisogna cedere, come spesso non bisogna cedere alla vita, o almeno non bisogna farlo per sempre. Si può scegliere di galleggiare per non cedere, per non affogare. Ci si mette lì pancia verso l’alto a guardare l’infinito in cui si spera ci sia chi ricambia il nostro sguardo, gambe e braccia aperte a formare una stella che si sente appartenere ad un universo che si anela a raggiungere presto, si immerge la testa nell’acqua per non sentire i rumori della vita persa e ci si abbandona. Si aspetta combattuti tra la voglia di cedere e quella di sopravvivere. Si galleggia appunto, immobili.
E come se ci si mantenesse sospesi, morti anche noi, perché poi nella morte non si sta male, non si sente niente, nessun dolore, forse un po’ di freddo al principio, ma poi ci si abitua, ci si sta comodi, sereni, riposati, beati, ecco direi beati.
